La decisione del tribunale spagnolo introduce un riconoscimento inedito del ruolo dell’animale nel sistema relazionale della violenza di genere.
Una recente pronuncia spagnola ha condannato un uomo a dodici mesi e un giorno di reclusione per aver gettato il cucciolo di cane della sua ex-compagna da una scogliera. La decisione, emessa il 24 settembre 2025, si caratterizza per il riconoscimento della condotta non solo come reato di maltrattamento e uccisione di animale, ma anche come forma di violenza di genere indiretta (“violencia vicaria”) nei confronti della donna.
Il caso di specie: un atto strumentale di violenza relazionale
Lo scorso settembre un diciottenne residente a Las Palmas de Gran Canaria, ha contattato la sua ex-compagna minacciando di uccidere il Podenco di soli quattro mesi che condividevano e poi di togliersi la vita. Raggiunto il luogo deputato all’incontro, sotto lo sguardo attonito della donna, ha dato seguito alla minaccia di morte rivolta al cane lanciandolo da una scogliera. Come evidenziato nel dispositivo della sentenza di condanna, l’evento-morte dell’animale è stato utilizzato come veicolo per infliggere alla donna il «maggiore danno psicologico», poiché l’uccisione del cane è divenuta lo strumento scelto per colpire indirettamente la vittima nella sua sfera emotiva e affettiva. La giudice, Auxiliadora Díaz, ha qualificato la fattispecie come «violencia vicaria a través de un animal de compañía», vale a dire violenza vicaria tramite animale da compagnia, riconoscendo che l’atto di crudeltà non fosse fine a sé stesso ma funzionale all’esercizio di controllo e dominio sulla ex-partner.
La pronuncia ha sottolineato come non si sia trattato di «una mera concomitanza di fatti», bensì di una «finalità concreta: uccidere l’animale per spezzare psicologicamente la donna», valorizzando così la dimensione relazionale e punitiva dell’azione. La condotta è stata pertanto inquadrata come forma di violenza di genere vicaria, nella quale la violenza non si manifesta fisicamente contro la donna, ma si realizza attraverso un terzo — in questo caso l’animale d’affezione — per provocarle dolore e sofferenza. Dagli atti è emerso che la giovane ha riportato un trauma psicologico di particolare intensità per la perdita del cane, circostanza che ha reso indispensabile un trattamento terapeutico della durata di circa novanta giorni.
La pena comminata — dodici mesi e un giorno di reclusione, accompagnata dal divieto di avvicinamento alla vittima per due anni — è stata tuttavia sospesa, stante l’assenza di precedenti penali a carico dell’imputato.
Riflessioni criminologiche
La vicenda, al di là dei profili strettamente giuridici, offre spunti di particolare interesse sul piano criminologico, soprattutto in relazione alle dinamiche di potere e alle forme indirette di aggressione nelle relazioni affettive. L’uccisione dell’animale non rappresenta un atto isolato di crudeltà, bensì un comportamento strumentale inserito in una dinamica di controllo coercitivo: la sofferenza inflitta alla donna deriva dalla distruzione deliberata di un legame affettivo significativo, utilizzato come veicolo di intimidazione, punizione e riaffermazione del dominio.
La letteratura criminologica indica la fase di separazione come momento di particolare vulnerabilità, durante il quale il partner violento può intensificare le condotte aggressive per ricostituire un potere perduto. In questa prospettiva, colpire la prole o, come in questo caso, un animale d’affezione assume una funzione relazionale e simbolica: significa attaccare ciò che la vittima ama, minandone l’equilibrio emotivo e generando un trauma capace di estendersi oltre l’atto materiale.
Quadro legislativo in evoluzione: la violenza vicaria e gli animali d’affezione
Un gruppo interdisciplinare formato da giuristi, criminologi, psicologi e sociologi ha promosso presso il Governo spagnolo l’estensione del concetto di violenza vicaria anche alle condotte lesive rivolte agli animali d’affezione quando finalizzate a provocare sofferenza al partner. Tale impulso riformatore è stato alimentato anche da casi che hanno scosso l’opinione pubblica, come quello di José Bretón, responsabile nel 2011 dell’uccisione dei suoi due figli per colpire la moglie con cui era in fase di separazione.
Le recenti modifiche al Codice Penale e Civile mostrano una chiara tendenza verso il riconoscimento di un paradigma relazionale della violenza, nel quale l’attacco, anche all’animale domestico, è compreso come strumento funzionale alla sopraffazione emotiva della vittima primaria.
Vittima animale tra reificazione e duplice vittimizzazione
La pronuncia analizzata apre altresì uno spazio di riflessione sul ruolo dell’animale come vittima. In questa, come in altre dinamiche, l’animale d’affezione è ridotto a oggetto, a res su cui esercitare potere, vendetta o intimidazione: un mezzo per colpire la persona, più che un soggetto portatore di un interesse proprio.
Tale reificazione rivela una duplice vittimizzazione: è vittima primaria dell’atto lesivo e, al contempo, vittima funzionale in una strategia di coercizione rivolta contro il partner. Animali umani e non, vittime fragili dello stesso carnefice: chi, incapace di costruire legami autentici, trasforma l’affetto in uno strumento di dominio. Colpire l’animale significa allora colpire la persona, completando quella duplice vittimizzazione che fa dell’uno il mezzo per ferire l’altra.



