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Rivista

Maltrattamento genetico sulle razze brachicefale: è ora di dire basta

Una selezione estetica che sacrifica il benessere animale: perché continuare a tollerarla non è più accettabile.

Christian Basile

4 min di lettura

Negli ultimi decenni, l’uomo ha modellato alcune razze canine e feline secondo criteri puramente estetici, trascurando un principio essenziale: la salute degli animali. Bulldog inglesi, carlini, bouledogue francesi e persiani, tra gli altri, sono stati selezionati per avere musi sempre più schiacciati, occhi sporgenti e crani sproporzionati. Il risultato? Creature destinate a un’esistenza di sofferenza.

I cani e gatti brachicefali non nascono sani. La loro stessa conformazione è frutto di una selezione artificiale che ha privilegiato l’aspetto esteriore a scapito del benessere. Questa aberrazione genetica li condanna a difficoltà fin dai primi giorni di vita.

Per loro, respirare è una sfida quotidiana. La sindrome brachicefalica ostruttiva delle vie aeree (BOAS – Brachycephalic Obstructive Airway Syndrome) è una delle conseguenze più gravi. Questi animali presentano narici ristrette (stenosi nasale), un palato molle eccessivamente lungo e una trachea sottosviluppata. In termini semplici, devono compiere uno sforzo enorme per compiere un atto naturale: respirare.

Molti di loro russano anche da svegli, soffrono di apnea e sono estremamente sensibili ai colpi di calore, poiché non riescono a dissipare efficacemente la temperatura corporea. In situazioni di stress o durante l’attività fisica, rischiano di collassare per carenza di ossigeno.

Anche la loro vista è compromessa. La conformazione del cranio determina orbite oculari poco profonde, esponendo gli occhi a traumi e infezioni. Ulcere corneali croniche e prolasso del bulbo oculare sono condizioni frequenti, spesso causa di cecità. Inoltre, molte di queste razze soffrono di entropion o trichiasi, anomalie delle palpebre e delle ciglia che provocano dolore e infiammazioni ricorrenti.

Le problematiche non si fermano qui. Le alterazioni anatomiche incidono anche sull’apparato digerente: rigurgiti frequenti, difficoltà di deglutizione e reflusso gastroesofageo sono comuni nei brachicefali. In alcuni casi, malformazioni craniche comprimono il tessuto cerebrale, causando crisi epilettiche e disturbi motori. Nei Cavalier King Charles Spaniel, ad esempio, la siringomielia è una patologia diffusa: il cervello è eccessivamente grande rispetto alla scatola cranica, provocando dolore intenso e sintomi neurologici debilitanti.

Persino il parto è spesso un dramma. La maggior parte delle femmine brachicefale non può partorire naturalmente, poiché i cuccioli hanno teste sproporzionate rispetto al bacino materno. Il taglio cesareo diventa l’unica possibilità, trasformando un evento naturale in un’operazione chirurgica obbligata, con tutti i rischi che ne conseguono.

Questi animali non vivono una vita normale. Correre, giocare o semplicemente riposare senza difficoltà è per loro un lusso. Sono dipendenti da cure veterinarie costanti e spesso devono affrontare interventi chirurgici per migliorare la respirazione o preservare la vista.

E tutto questo per cosa? Per il desiderio umano di possedere un cane “carino”, con un muso schiacciato e un’espressione infantile?

È tempo quindi di una riflessione etica.

Dobbiamo chiederci: è accettabile continuare a riprodurre volontariamente esseri viventi destinati alla sofferenza?

In diversi paesi europei, come Norvegia e Paesi Bassi, si è già presa una posizione netta: vietare la riproduzione delle razze brachicefale con gravi patologie congenite. Un atto di responsabilità che l’Italia non può più ignorare.

Noi veterinari abbiamo il dovere di tutelare gli animali, non di assecondare un sistema che li condanna a un’esistenza di sofferenza. È necessario che anche nel nostro paese vengano introdotte misure analoghe: normative che vietino la selezione genetica dannosa, campagne di sensibilizzazione per i futuri proprietari e un controllo più rigoroso sugli allevamenti. Solo così potremo spezzare questo ciclo di dolore.

Abbiamo il dovere di proteggere, non di sfruttare. In quanto veterinari, il nostro compito non è assecondare il mercato, ma difendere chi non ha voce. Come scriveva Gandhi:

La grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali

E per noi veterinari, un monito ancora più chiaro:

Curare un animale non significa solo alleviare il dolore, ma anche impedire che venga generato inutilmente

È tempo di fare la scelta giusta. Non per moda, non per profitto, ma per rispetto della vita.

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