Cosa significa il ritiro del Ddl contro la carne coltivata da parte del ministro Lollobrigida?

Tra titoli sensazionalistici e interpretazioni non corrette diffuse sul web, capiamo insieme cosa comporta il ritiro del disegno di legge dalla procedura TRIS.
CC-BY/New Age Meats

Il 14 ottobre scorso il giornale Il Foglio ha dato, in anteprima, la notizia che il Governo avesse disposto, attraverso i ministeri delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) e dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste (MASAF), il ritiro del disegno di legge: “Disposizioni in materia di divieto di produzione e di immissione sul mercato di alimenti e mangimi costituiti, isolati o prodotti a partire da colture cellulari o di tessuti derivanti da animali vertebrati nonché di divieto della denominazione di carne per prodotti trasformati contenenti proteine vegetali” dalla procedura di notifica europea denominata TRIS.

Ma andiamo per ordine.

Cos’è la procedura TRIS?

La procedura TRIS codificata dalla Direttiva (UE) 2015/1535, recepita in Italia dal Decreto legislativo 15 dicembre 2017, n. 223, «prevede una procedura d’informazione nel settore delle regolamentazioni tecniche e delle regole relative ai servizi della società dell’informazione».

La procedura, leggiamo sul sito ufficiale dell’UE, «consente alla Commissione e agli Stati membri dell’UE di esaminare le regolamentazioni tecniche che gli Stati membri stessi intendono introdurre per i prodotti (industriali, agricoli e della pesca) e per i servizi della società dell’informazione prima che siano adottate. L’obiettivo è garantire la compatibilità dei testi con i principi del diritto dell’Unione europea e del mercato interno».

Questa procedura è denominata TRIS perché dalla data di notifica del progetto di regolamentazione tecnica alla Commissione Europea, è stabilito un periodo di status quo di tre mesi in cui lo Stato membro notificante non può adottare la regolamentazione tecnica in questione.

In particolare, ai sensi dell’art. 5 della Direttiva in questione, quando l’obiettivo del progetto è limitare la commercializzazione o l’utilizzazione di una sostanza, di un preparato o di un prodotto chimico, segnatamente per motivi di salute pubblica o di tutela dei consumatori o dell’ambiente, lo Stato membro notificante deve anche allegare un riassunto, «oppure gli estremi dei dati pertinenti relativi alla sostanza, al preparato o al prodotto in questione e di quelli relativi ai prodotti di sostituzione conosciuti e disponibili, se tali informazioni sono disponibili, nonché le conseguenze previste delle misure per quanto riguarda la salute pubblica o la tutela del consumatore e dell’ambiente, con un’analisi dei rischi effettuata».

Cosa è accaduto per il Ddl sul divieto di produzione e commercializzazione di carne coltivata

Il progetto di regola tecnica notificato dal Mimit e dal Masaf è appunto il Ddl n° 1324 “Disposizioni in materia di divieto di produzione e di immissione sul mercato di alimenti e mangimi costituiti, isolati o prodotti a partire da colture cellulari o di tessuti derivanti da animali vertebrati nonché di divieto della denominazione di carne per prodotti trasformati contenenti proteine vegetali”, approvato in Senato il 19 luglio 2023 ed attualmente discusso e approvato dalle Commissioni competenti sia in sede referente che consultiva .

Tutti gli emendamenti presentati sono stati bocciati con l’intento di accelerare la procedura di approvazione senza modifiche, poiché qualsiasi modifica comporterebbe un ulteriore passaggio al Senato e questo allungherebbe i tempi, cosa che è evidente che il Governo e la maggioranza vogliono evitare per arrivare a un’approvazione alla Camera dei deputati nel più breve tempo possibile, tanto che è già stato inserito in calendario.

In questo senso di urgenza — palesato anche dal ministro Lollobrigida il 14 ottobre durante un evento di Coldiretti, in cui ha dichiarato che il testo sta procedendo spedito e sarà presto approvato alla Camera dei deputati e ha ringraziato i relatori in seno alle Commissioni per il lavoro svolto, e dettato non si sa bene da cosa dal momento che in Europa non è certamente vicina la commercializzazione dei prodotti derivanti da colture cellulari — si nasconderebbe molto probabilmente il ritiro, comunque inusuale, del progetto nell’ambito della procedura TRIS.

Il ritiro dalla procedura TRIS del Disegno di legge

Stando a quanto scritto finora, infatti, nel caso in cui emerga che i progetti notificati possano creare ostacoli alla libera circolazione delle merci, la Commissione e gli altri Stati membri possono presentare un parere circostanziato allo Stato membro che ha notificato il progetto, tale parere ha l’effetto di prorogare il periodo di status quo per altri tre mesi nel caso di prodotti, come è appunto nel caso del Ddl in questione.

La Commissione, tra l’altro, può anche bloccare il progetto per un periodo che va dai 12 ai 18 mesi, qualora vada svolto il lavoro di armonizzazione dell’UE.

I tempi si potrebbero quindi allungare molto.

Qual è, quindi, lo scenario che si potrebbe aprire ora?

Come è possibile dedurre dalla lettura della Direttiva e dalla relazione della Commissione al Parlamento Europeo sul funzionamento della stessa non esiste un obbligo per gli Stati di notificare il procedimento contenente una regola tecnica, ma questa notifica mira a prevenire distorsioni alla libera circolazione delle merci e dei servizi nello Spazio Unico Europeo e anche all’interno dell’Organizzazione mondiale del Commercio (OMC) che potrebbero comportare l’apertura di una procedura d’infrazione a carico dello Stato Membro.

Secondo Open Polis, tra il 2012 e il 2021 l’Italia ha dovuto pagare oltre 800 milioni di euro per il mancato adeguamento al diritto UE.

Evidentemente per il Governo è più importante fare approvare questo Ddl, in cui sono ravvisabili diversi profili di incompatibilità con gli articoli da 34 al 36 del TFUE, che disciplinano la libera circolazione dei beni all’interno dell’UE, che pagare decine di migliaia di euro all’UE in seguito all’apertura di una procedura di infrazione.

La procedura di infrazione viene attivata dalla Commissione Europea in seguito allo svolgimento di accurate indagini, in seguito a denunce di cittadini, imprese, o su richiesta dei propri componenti.

La buona notizia in tutto questo è che, secondo la Giurisprudenza consolidata della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, una disposizione nazionale non notificata, quando invece avrebbe dovuto esserlo, può essere dichiarata inapplicabile alle singole persone dai tribunali nazionali.

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