Da spettatrice, devo iniziare da una constatazione personale: dopo molto tempo sono tornata al cinema, e mi sono concessa un’ora e mezza di silenzio. Niente telefono, niente notifiche, niente interruzioni. È un dettaglio che di solito non meriterebbe un cenno in una recensione, se non fosse che si combina perfettamente con il soggetto del film. Hen – Storia di una gallina, opera del regista ungherese György Pálfi distribuita in Italia da Officine UBU, è un film fatto di pochi dialoghi e di moltissimi sguardi. Per capirlo non basta vederlo: bisogna ascoltarlo nel silenzio e, soprattutto, “sentirlo”.

Una gallina vera, e occhi che parlano
La prima cosa da dire, ed è la meno scontata, è che la gallina sullo schermo è una gallina vera, non animata, nè frutto di intelligenza artificiale. Il film è stato girato con animali in carne, ossa e piume, addestrati per mesi prima del set, e assicurando l’assenza di maltrattamenti durante le riprese, con tempi di lavorazione giornalieri brevi, calibrati sui ritmi reali degli animali. Non è un dettaglio tecnico: è il fondamento su cui poggia tutto il film. Perché la materia di Hen non è la rappresentazione di una gallina, è proprio la sua presenza.
Restano, di quella presenza, gli occhi, occhi che parlano. Sono occhi sensibili, attenti, vigili, talvolta sgomenti. Per leggerli, lo spettatore è costretto a usare quel sesto senso che nella vita quotidiana tendiamo a non esercitare quasi mai: l’empatia. Non quella retorica, dichiarata, ma quella concreta e scomoda. La capacità di riconoscere un’emozione in un essere che non parla la nostra lingua e che, nella nostra cultura, abbiamo da sempre relegato a oggetto. Pálfi ha capito una cosa che la maggior parte del cinema sugli animali non capisce: per raccontare una gallina non serve farla parlare, serve smettere di parlare noi.
Mentre guardavo quegli occhi così espressivi mi sono trovata a riflettere su un’obiezione classica: quella di antropomorfismo. È un’obiezione che, in linea di principio, ha senso. Ma se attribuire alla gallina emozioni e intenzioni è ciò che ce la fa sentire più vicina — e da quella vicinanza nascono comprensione e tutela — dov’è esattamente il problema? Una certa forma di antropomorfismo, quando non cancella l’alterità dell’animale e si accompagna al rispetto, può diventare un varco di riconoscimento, non una pretesa di possesso.
Predatori, prede, sopravvivenza
La protagonista, fuggita da un allevamento intensivo, attraversa un mondo di cui deve imparare a sue spese le regole. Lungo il cammino incontra una volpe, un topo, un verme, un falco, un cane: l’ecosistema reale con cui ogni animale convive, fatto di prede, alleanze provvisorie e pericoli che scattano in un istante. Pálfi non addomestica la natura, né la idealizza. La racconta come un sistema regolato dalla sopravvivenza, cosa diversa — categoricamente diversa — dalla violenza umana.
È qui che il film compie una scelta che, dal punto di vista antispecista, vale moltissimo. Non riduce la sua gallina a vittima passiva. La rende soggetto attivo. Cerca cibo, sceglie nascondigli, costruisce un nido, lotta per le sue uova. La sua non è una resilienza simbolica: è sopravvivenza. Hen è anche, e forse soprattutto, un coming of age animale. La fatica e la dignità di una creatura che impara, da sola, a stare nel mondo e che, alla fine, ce la fa: a differenza degli asini di Au hasard Balthazar e di EO, la gallina di Pálfi sopravvive. Per un sotto-genere — il cinema raccontato dal punto di vista animale — che si chiude quasi sempre nel lutto, è una scelta che cambia il senso del racconto.
Il mondo degli umani, visto da una gallina
E poi c’è l’altro mondo. La gallina di Pálfi attraversa anche il mondo umano: lo guarda, lo subisce, lo evita, ci si imbatte. Ed è il suo sguardo, più di qualunque dialogo, a restituire il ritratto di un mondo attraversato da violenza, fretta e contraddizioni. Un mondo dove la sua missione — fare la gallina, semplicemente — non trova comprensione né empatia, solo indifferenza e sfruttamento. Il rovesciamento di prospettiva non è una trovata stilistica, è la sostanza stessa del film: per una volta, non siamo noi a guardare un animale; è un animale che guarda noi. E ciò che vede, francamente, non è bello.
La gallina trova rifugio in un ristorante sul mare di una famiglia greca dove il fidanzato della figlia, agente doganale, è coinvolto in un traffico di migranti in transito dal Mediterraneo. Sotto lo stesso tetto convivono due forme di sfruttamento: quella dell’animale e quella di esseri umani in fuga. Pálfi non lo commenta. Lo mostra. E lascia che il parallelo lavori nello sguardo dello spettatore.
È in questo sguardo capovolto — la gallina che osserva l’umano sfruttare gli animali e l’umano in fuga — che il film consegna la sua provocazione più potente. Pálfi, intervistato, ha dichiarato di aver costruito Hen sui meccanismi della tragedia greca antica. Al centro, una domanda universale: un individuo può essere assolto dalla responsabilità morale se è solo spettatore passivo di un evento? La domanda, posta a partire dalla vita di una gallina, esce dal recinto del simbolico e diventa una questione concreta. Quanti di noi, ogni giorno, siamo «solo spettatori passivi» di ciò che accade nei capannoni dell’allevamento intensivo, lungo le filiere, nei piatti che riempiamo per abitudine? Il film non lo chiede esplicitamente: non è un film didascalico, non è una requisitoria, non è propaganda. Eppure la domanda resta lì, sospesa, esattamente dove Pálfi ha voluto metterla.
Un film che non concede alibi
Hen non è un film perfetto. Ha tempi lenti, scelte narrative coraggiose che a tratti chiedono pazienza. La struttura, proprio in nome della prospettiva non antropocentrica, rinuncia consapevolmente ai meccanismi rassicuranti del racconto convenzionale. Non è però neanche un film cupo, paradossalmente. Pálfi sceglie il registro della commedia nera: alterna momenti tragici a sguardi quasi sornioni della gallina e quel registro ironico è ciò che permette al film di farsi carico del proprio peso senza opprimere lo spettatore.
In conclusione, è un film che arriva, e per chi si occupa di diritto degli animali è uno strumento prezioso: il diritto, per essere davvero efficace, ha bisogno del riconoscimento culturale dell’animale come soggetto, ed è esattamente lì che Hen lavora.
Norme e cultura sono i due binari su cui corre la stessa tutela. Il diritto degli animali avanza quando avanza anche lo sguardo che li riconosce, perché ogni protezione giuridica poggia, in ultima istanza, su un atto di riconoscimento. Hen lavora su questo riconoscimento nel modo più radicale possibile. Ci costringe a guardare negli occhi qualcuno che, di solito, non guardiamo mai. E a chiederci che cosa stiamo facendo dall’altra parte di quegli occhi.
Hen – Storia di una gallina è nelle sale italiane dal 28 maggio.
