«Fino a che punto abbiamo il diritto di spingere il nostro dominio sul mondo animale? Abbiamo il diritto di privare gli animali di ogni piacere della vita soltanto per ricavare più denaro, e più rapidamente, dalle loro carcasse? Abbiamo il diritto di trattare esseri viventi esclusivamente come macchine per convertire il cibo?» Sono le domande con cui Ruth Harrison apre Animal Machines. A oltre sessant’anni dalla prima pubblicazione, non hanno perso nulla della loro forza. Anzi, lette oggi risultano forse ancora più scomode, perché nel frattempo abbiamo acquisito conoscenze scientifiche molto più solide sulla senzienza, sui bisogni etologici e sulla capacità degli animali di provare dolore, paura, frustrazione e piacere. Eppure, continuiamo a organizzare gran parte della produzione alimentare secondo una logica che continua a misurare il valore degli animali prevalentemente in funzione della loro utilità produttiva.
Siamo ancora qua. Eh già. È stato questo il primo pensiero che mi ha accompagnata uscendo dalla presentazione della nuova edizione italiana del libro, ospitata presso la Libreria Feltrinelli di Corso Genova a Milano. Non il ricordo di una battaglia ormai vinta, ma la constatazione che il cuore del problema è ancora davanti a noi. Sono cambiate alcune tecniche, alcune pratiche sono state vietate e il linguaggio giuridico si è arricchito di espressioni che nel 1964 non appartenevano ancora al lessico normativo, a partire dal riconoscimento degli animali come esseri senzienti. Molto meno è cambiata, però, l’architettura del sistema. Il diritto continua prevalentemente a stabilire le condizioni minime entro le quali gli animali possono essere allevati, utilizzati e uccisi, senza mettere realmente in discussione il modello produttivo che ne comprime in modo strutturale gli interessi.

La qualità degli interventi del moderatore e dei relatori ha contribuito a valorizzare ulteriormente l’incontro, contestualizzando l’opera di Ruth Harrison con rigore scientifico e sensibilità e mettendone in luce non solo il valore storico, ma anche la sua perdurante attualità rispetto alle sfide che ancora oggi caratterizzano la tutela degli animali. Il confronto ha mostrato come un’opera pubblicata nel 1964 continui a offrire strumenti preziosi per comprendere il presente e per interrogarsi sul futuro del rapporto tra esseri umani e altri animali.
Tra i diversi temi emersi nel corso della presentazione, mi ha colpito in particolare il richiamo al ruolo dell’educazione. Parlare di tutela degli animali significa certamente parlare di norme, controlli e sanzioni, ma significa prima ancora costruire una cultura capace di riconoscere gli altri esseri viventi come individui e non come semplici risorse. Educare i bambini all’empatia verso gli animali non equivale a imporre una scelta ideologica, ma a fornire loro gli strumenti per comprendere la sofferenza altrui e per interrogarsi criticamente su ciò che viene presentato come normale. Il diritto può vietare alcune condotte; difficilmente, da solo, può modificare uno sguardo. E proprio Animal Machines dimostra quanto il cambiamento giuridico dipenda spesso da una trasformazione culturale che lo precede.
Chi si avvicina al libro aspettandosi un pamphlet costruito sull’indignazione rimane spiazzato. Ruth Harrison sceglie una strada diversa: osserva, documenta, confronta dati, riporta pubblicazioni scientifiche, documenti ministeriali, articoli della stampa agricola e dichiarazioni degli stessi operatori del settore. La forza del libro nasce da questa struttura quasi investigativa. L’autrice non chiede al lettore di aderire preventivamente a una tesi, ma lo accompagna dentro i capannoni, le gabbie, i sistemi di alimentazione e le linee di macellazione, mostrando cosa accade quando l’allevamento cessa di essere considerato una relazione fra esseri viventi e diventa un processo industriale.
Il titolo è già una sintesi perfetta. Gli animali non sono macchine, ma vengono trattati come se lo fossero. Il loro valore viene misurato in termini di crescita, resa, conversione alimentare, velocità di deposizione, quantità di carne, latte o uova prodotte. Tutto ciò che non serve alla produttività — il movimento, l’esplorazione dell’ambiente, le relazioni sociali, la possibilità di scegliere, riposare, giocare o semplicemente sottrarsi a uno stimolo — diventa uno spreco. Harrison coglie con lucidità che la sofferenza è l’effetto di un passaggio più radicale: l’animale smette di essere percepito come individuo e viene trasformato in fattore produttivo.
È qui che il libro appare più vicino al presente di quanto vorremmo ammettere. La selezione genetica intensiva ha reso oggi ancora più concreta l’immagine dell’“animale macchina”: polli selezionati per crescere a una velocità che il loro apparato scheletrico fatica a sostenere, galline spinte a una deposizione quasi continua, bovine da latte portate a produzioni che espongono l’organismo a patologie metaboliche, suini modellati in funzione della resa muscolare. La logica descritta da Harrison non è stata abbandonata; si è fatta più sofisticata. Non si limita più a organizzare l’ambiente intorno alla produttività, ma interviene sul corpo stesso dell’animale per adattarlo alle esigenze della filiera.

Anche molte pratiche che il libro denuncia continuano a riemergere, magari con forme e giustificazioni aggiornate. Il taglio del becco delle galline, ad esempio, è ancora autorizzato in determinate condizioni come strumento per contenere plumofagia e cannibalismo. Il punto, però, è esattamente quello individuato da Harrison: invece di modificare il sistema che genera frustrazione, sovraffollamento e aggressività, si modifica il corpo dell’animale per renderlo compatibile con quel sistema. La mutilazione non elimina la causa del disagio; neutralizza il sintomo e consente al modello produttivo di proseguire.
Il passaggio più duro del libro è forse quello in cui Harrison scrive che agli animali «non permettiamo di vivere prima di morire». Non si tratta soltanto di una denuncia delle condizioni precedenti alla macellazione. È una critica al modo in cui il diritto e l’economia possono ridurre la vita animale a una fase preparatoria del prodotto finale. La questione non è unicamente evitare il dolore fisico più evidente, ma riconoscere che la privazione sistematica dei comportamenti propri della specie, la noia, l’isolamento, l’assenza di controllo sull’ambiente e la frustrazione costituiscono forme reali di sofferenza.
Da questo punto di vista, Animal Machines anticipa una delle acquisizioni centrali della moderna scienza del benessere animale: non basta che un animale sopravviva, cresca o produca. La produttività non è una prova di benessere. Un animale può aumentare di peso, deporre uova o fornire latte anche in condizioni di grave disagio. Lo stesso concetto di “animale che prospera”, frequentemente utilizzato dall’industria come argomento difensivo, viene smontato da Harrison mostrando che crescita e salute non coincidono e che l’organismo giovane tende a crescere anche in condizioni profondamente avverse.
È impressionante constatare quanto questa tensione sia ancora presente nella disciplina vigente. Il diritto europeo e nazionale sugli allevamenti è costruito intorno a “norme minime”: fissa una soglia al di sotto della quale l’attività diventa illecita, non uno standard di vita realmente adeguato alle esigenze dell’animale. Espressioni come “spazio adeguato”, “sofferenze inutili”, “condizioni appropriate” o “misure sufficienti” sembrano protettive, ma restano spesso elastiche e difficili da tradurre in parametri verificabili. Ne deriva un sistema che non elimina la sofferenza strutturale, ma ne definisce il livello tollerabile all’interno di un’attività economica considerata legittima.
Il limite welfarista emerge con particolare chiarezza quando si osserva che la normativa disciplina quasi sempre il come, raramente il se. Stabilisce quanto debba essere grande una gabbia, quale densità possa essere ammessa, quali mutilazioni siano consentite e quali condizioni di allevamento superino la soglia dell’illecito. Non si chiede, però, se sia compatibile con il riconoscimento dell’animale come essere senziente costruire un sistema fondato sul suo confinamento, sul controllo integrale del suo corpo e, infine, sulla sua uccisione per finalità alimentari quando esistono alternative sempre più accessibili.
La vicenda degli animali da pelliccia offre un esempio istruttivo dei limiti della regolazione welfarista. Per anni il diritto si è limitato a disciplinare tecnicamente le dimensioni delle gabbie, senza mettere in discussione la compatibilità stessa del modello di allevamento con le esigenze etologiche degli animali. Il successivo divieto dell’allevamento a fini di pelliccia ha determinato il superamento di quella logica meramente regolatoria, mostrando come, in alcuni casi, il miglioramento delle condizioni non sia sufficiente e sia necessario interrogarsi sulla legittimità dell’attività in sé. Lo stesso interrogativo dovrebbe essere posto per le ovaiole in gabbia, le scrofe confinate nelle gabbie parto, i broiler ad alta densità e, più in generale, per tutti i sistemi nei quali l’animale viene adattato a condizioni incompatibili con la propria natura.
Animal Machines conserva una straordinaria attualità anche quando affronta il rapporto tra salute animale, qualità degli alimenti e salute umana. Harrison insiste sul fatto che animali allevati in condizioni incompatibili con la salute non possono essere considerati una base neutra per la produzione di cibo. Le sue pagine sugli antibiotici, sulla diffusione delle malattie, sui residui di sostanze e sulla qualità nutrizionale risentono inevitabilmente delle conoscenze degli anni Sessanta, ma colgono un principio oggi centrale: la salute degli animali, quella delle persone e quella dell’ambiente sono interdipendenti.
Oggi definiamo questo approccio One Health. Tuttavia, a distanza di sessant’anni, il nesso fra allevamento intensivo, antibiotico-resistenza, zoonosi, contaminazione ambientale, emissioni climalteranti e perdita di biodiversità è ancora oggetto di interventi frammentari. La stessa logica precauzionale, che dovrebbe imporre di agire di fronte a rischi seri anche in assenza di certezza assoluta, fatica a tradursi in una revisione radicale del sistema. Ancora una volta, la domanda di Harrison resta intatta: quanto siamo disposti a sacrificare in nome della produzione e della convenienza economica?
Il capitolo dedicato alla legislazione è, per chi si occupa di diritto a tutela degli animali, uno dei più significativi. Harrison osserva che la crudeltà non viene definita in termini assoluti e che ciò che sarebbe immediatamente condannato se commesso da un singolo individuo tende a essere tollerato quando coinvolge molte persone, molti animali e ingenti interessi economici. È una delle intuizioni più lucide del volume. La produzione su larga scala non riduce la gravità della sofferenza; la rende meno visibile, più impersonale e, proprio per questo, più facilmente normalizzabile.
La stessa contraddizione attraversa ancora il diritto contemporaneo. L’ordinamento riconosce gli animali come esseri senzienti, ma continua a proteggerli in modo profondamente diseguale a seconda della specie e dell’uso cui sono destinati. Per numerose specie allevate — tacchini, conigli, anatre, oche, quaglie, ovini, caprini e pesci — mancano ancora discipline verticali specifiche e la tutela resta affidata a clausole generali. Gli invertebrati, nonostante le evidenze scientifiche sulla senzienza di cefalopodi e decapodi, rimangono in larga parte esclusi. La senzienza è dunque riconosciuta come principio, ma non produce ancora conseguenze coerenti in tutta la normativa.
Anche l’effettività delle regole resta problematica. Controlli non uniformi, risorse limitate, ispezioni spesso prevedibili e sanzioni non sempre proporzionate alla dimensione economica degli allevamenti rischiano di trasformare la violazione in un costo sostenibile. Il diritto può proclamare il divieto di sofferenze inutili, ma se non dispone di parametri chiari, controlli frequenti e sanzioni realmente dissuasive, la tutela resta fragile. È uno dei motivi per cui il divario fra principi e realtà continua a essere così ampio.
Nonostante ciò, sarebbe riduttivo considerare Animal Machines soltanto come la prova di un fallimento. Il libro ha prodotto effetti concreti. La sua pubblicazione contribuì all’istituzione del Brambell Committee e alla successiva elaborazione delle Five Freedoms, i cinque principi destinati a diventare il fondamento della moderna concezione del benessere animale: libertà dalla fame e dalla sete, dal disagio ambientale, dal dolore, dalle lesioni e dalle malattie, libertà di esprimere i comportamenti naturali della specie e libertà dalla paura e dallo stress. Per decenni esse hanno rappresentato il principale punto di riferimento scientifico e normativo per la tutela degli animali allevati, influenzando profondamente la successiva evoluzione del diritto europeo e nazionale. Ruth Harrison ha in sintesi reso visibile ciò che era nascosto, ha spostato il dibattito dal rendimento alla sofferenza e ha dimostrato che un’inchiesta culturale può precedere e orientare il diritto.
La sua eredità, tuttavia, non può essere ridotta alla nascita del moderno welfarismo. Riletto oggi, il libro invita a fare un passo ulteriore. Se riconosciamo che gli animali sono individui senzienti, portatori di interessi propri, la domanda non dovrebbe fermarsi a quali condizioni siano accettabili per allevarli. Occorre chiedersi anche se l’uso e l’uccisione di animali per l’alimentazione siano eticamente giustificabili in un contesto in cui le alternative vegetali sono sempre più diffuse, accessibili e adeguate.
Harrison non sviluppa questa conclusione in termini abolizionisti. Ma le sue domande aprono inevitabilmente quella strada. Nel momento in cui il lettore smette di vedere l’animale come una macchina e comincia a riconoscerlo come individuo, diventa difficile considerare sufficiente una tutela che ne migliori soltanto le condizioni di sfruttamento. La questione si sposta dal benessere entro il sistema alla legittimità del sistema stesso.
È qui che torna il tema dell’educazione emerso durante la presentazione. Le norme sono indispensabili, ma non bastano se continuiamo a raccontare ai bambini gli animali come compagni nelle storie e, nello stesso tempo, come prodotti privi di storia quando arrivano nel piatto. Insegnare empatia significa ricomporre questa frattura, mostrare che dietro ogni alimento di origine animale esiste un individuo che ha avuto desideri, paure, relazioni e un interesse fondamentale a vivere. Significa anche formare consumatori e cittadini capaci di distinguere fra ciò che è legale e ciò che è giusto.
La nuova edizione di Animal Machines è quindi importante non soltanto perché restituisce al pubblico un testo fondamentale, ma perché ci costringe a misurare la distanza fra le promesse del diritto e la realtà degli allevamenti. In oltre sessant’anni abbiamo imparato a descrivere meglio la sofferenza animale, abbiamo sviluppato indicatori scientifici più raffinati e abbiamo introdotto principi giuridici più avanzati. Non abbiamo però superato il paradigma che Harrison denunciava: l’animale continua a essere protetto entro il limite in cui la protezione non compromette eccessivamente la funzione produttiva che gli abbiamo assegnato.
Per questo “siamo ancora qua” non è una formula nostalgica né una conclusione pessimistica. È la constatazione che il libro continua a parlare del presente. Siamo ancora qui perché il diritto discute di densità, gabbie, mutilazioni e sofferenze necessarie; perché la produttività viene ancora utilizzata come indice di benessere; perché l’interesse economico continua a pesare più dell’interesse dell’animale a vivere una vita compatibile con la propria natura; e perché, nonostante il riconoscimento formale della senzienza, gli animali allevati restano in larga misura strumenti di un sistema che non li considera fini in sé.
Rileggere Animal Machines oggi significa allora accettare la domanda che il libro ci consegna e compiere un passo in più. Non soltanto: come possiamo allevare gli animali con meno sofferenza? Ma anche: abbiamo il diritto di privarli della libertà, di modificarne i corpi, di controllarne integralmente l’esistenza e di ucciderli per la nostra alimentazione? È una domanda che il diritto non può più rinviare indefinitamente. E forse la vera attualità del libro sta proprio qui: nel ricordarci che ciò che è economicamente conveniente, socialmente abituale o giuridicamente consentito non è, per questo solo, eticamente giusto.
