Quando ordiniamo un piatto a base di carne al ristorante, raramente ci chiediamo da dove arrivi. Da quale Paese? Da quale tipo di allevamento? Sono domande che, fuori casa, restano quasi sempre senza risposta.
Se al supermercato guardiamo le etichette, al ristorante, nelle mense ed in tutti i luoghi in cui mangiamo, che non sia casa nostra, non abbiamo nessuna idea della provenienza dei prodotti che vengono serviti.
Eppure è una domanda che dovremmo porci con la stessa attenzione con cui leggiamo le etichette al supermercato. Con l’apertura ai mercati esteri — Mercosur in testa — sulle nostre tavole arrivano sempre più prodotti provenienti da allevamenti che, in Europa, sarebbero illegali.
L’Unione ha costruito negli anni alcune delle regole più avanzate al mondo sul benessere animale. Ma valgono solo per i produttori europei.
Un paradosso che si fatica a comprendere.
L’UE ha una storia di normative di protezione avanzate
L’UE ha più volte usato le proprie normative pionieristiche come strumento di influenza globale. Quello che gli studiosi chiamano “Brussels Effect” ossia la capacità di Bruxelles di imporre i propri standard normativi al resto del mondo, poiché chi vuole esportare in Europa non può che rispettarli.
È successo con la privacy dei dati, con le restrizioni ai pesticidi, con le norme sulla sicurezza, anche, alimentare dei prodotti. Sta succedendo, faticosamente, anche sul fronte ambientale. Ma c’è un ambito in cui questa logica si è inceppata in modo piuttosto evidente, probabilmente perché non considerato particolarmente importante, quello del benessere degli animali da allevamento.
Due pesi e due misure
L’UE ha costruito, per la protezione degli animali in allevamento, durante il trasporto e la macellazione, nel corso degli anni un corpus normativo che, pur con notevoli limiti, è tra i più avanzati al mondo.
Gabbie in batteria vietate per le galline ovaiole, spazi minimi garantiti per i suini, restrizioni alle mutilazioni, regole sul trasporto e sulla macellazione. Sono norme che comportano costi reali per i produttori europei e che, nonostante alcune di esse siano molto datate, rispondono ad una sensibilità diffusa tra i consumatori per i quali la tutela del benessere animale deve essere una priorità sia per i prodotti UE che per quelli importati.
Il problema delle importazioni in questo ambito soffre, però, di un’anomalia strutturale poiché se è vero che queste norme si applicano a chi produce in Europa, è altresì vero che non si applicano a chi esporta prodotti animali in Europa.
Ad esempio, un produttore brasiliano che esporta petti di pollo verso il mercato europeo non è tenuto a rispettare le stesse condizioni di densità di allevamento di un produttore polacco o tedesco. Un esportatore ucraino di ovoprodotti può utilizzare gabbie in batteria vietate nell’UE da oltre un decennio e vedere i propri prodotti finire nelle cucine dei ristoranti europei, senza alcun obbligo di trasparenza verso il consumatore finale.
Questa asimmetria non è un dettaglio: è una contraddizione politica di fondo, che frena la stessa revisione delle normative europee sul benessere animale.
Il Brussels Effect ed i suoi limiti
Per capire perché questa asimmetria sia rilevante sul piano geopolitico ma risolvibile occorre tornare al Brussels Effect.
Quando l’Europa fissa una regola, le multinazionali che vogliono entrare nel mercato comune si adeguano, e spesso applicano lo stesso standard anche altrove, perché gestire filiere parallele costa troppo.
Lo stesso meccanismo potrebbe funzionare per il benessere animale, ma solo a condizione che l’Europa decida davvero di usare la propria forza di attrazione commerciale come leva. Oggi non lo fa.
Come documenta Eurogroup for Animals nel report Stop alle importazioni crudeli, i grandi produttori globali come JBS in Brasile ed MHP in Ucraina o i colossi del pollame tailandesi si adeguano agli standard sanitari europei perché non possono farne a meno, ma sono liberi di non rispettare gli standard di benessere animale.
La revisione della legislazione europea sul benessere degli animali, annunciata dalla Commissione già da qualche anno, rappresenta un’occasione concreta per colmare questo gap. Estendere i requisiti di benessere ai prodotti importati non significherebbe alzare barriere protezionistiche camuffate da norme etiche, ma applicare in modo coerente un principio già esistente.
Le regole dell’OMC lo consentono, a patto che i requisiti siano non discriminatori e rispondano a obiettivi di morale pubblica riconosciuti. È esattamente il caso: tutti i sondaggi mostrano che i cittadini europei chiedono livelli più alti di tutela per gli animali da allevamento.
Un danno per i produttori extra UE?
I principali paesi esportatori di prodotti animali verso l’UE non sono nazioni povere e vulnerabili ma paesi con economie robuste come il Regno Unito, il Brasile, l’Argentina, la Norvegia, gli Stati Uniti e con grandi multinazionali abituate a confrontarsi con ambienti regolatori sofisticati e diversificati.
Vediamo, paese per paese, cosa cambierebbe davvero.
Il Regno Unito, che è il primo fornitore dell’UE per molte categorie di prodotti animali, dalla carne suina alle uova, dalla carne bovina ai prodotti lattiero-caseari ha standard di benessere animale sostanzialmente equivalenti a quelli europei. Un’estensione dei requisiti di importazione avrebbe, quindi, un impatto minimo in termini di adeguamento e potrebbe, anzi, incentivare un’armonizzazione ulteriore post-Brexit, nell’interesse di entrambe le parti.
Il Brasile è il caso più delicato. È il secondo fornitore di carne bovina ed il primo di pollame verso l’UE, con aziende come JBS e BRF che dominano le esportazioni. Entrambe hanno adottato impegni volontari sul benessere animale nelle loro comunicazioni istituzionali. Tradurre questi impegni in obblighi concreti legati all’accesso al mercato europeo non sarebbe un grosso problema per queste aziende, anzi potrebbe semplificare un quadro in cui oggi devono rispondere ad una miriade di requisiti privati imposti dai singoli distributori europei, spesso più stringenti e meno prevedibili di una normativa uniforme.
C’è poi il capitolo Ucraina, che negli ultimi anni a seguito della liberalizzazione degli scambi introdotta come misura di sostegno dopo l’invasione russa è diventata un fornitore crescente di pollame e ovoprodotti per l’UE.
L’Ucraina è un paese candidato all’adesione e la prospettiva europea impone già un percorso di allineamento normativo. Applicare agli esportatori ucraini gli stessi standard richiesti ai produttori dell’UE sarebbe, in questo senso, coerente con la logica stessa del processo di avvicinamento.
Inoltre, l’applicazione di standard di benessere animale alle importazioni non significherebbe escludere dal mercato europeo i paesi in via di sviluppo, infatti, questi ultimi, già oggi, esportano poco verso l’UE perché non riescono a soddisfare i requisiti sanitari e fitosanitari molto più stringenti che già esistono.
Pertanto, la misura inciderebbe solo sui grandi esportatori industriali, che hanno le risorse per adeguarsi.
Non significherebbe nemmeno aumentare i prezzi al consumo in modo significativo poiché le importazioni di prodotti animali rappresentano una quota relativamente piccola del consumo europeo totale ed i produttori che esportano verso l’UE sono spesso già orientati a segmenti di mercato premium.
Nel lungo periodo si potrebbe, quindi, innescare esattamente quel Brussels Effect che ha funzionato in altri ambiti spingendo i grandi attori globali ad alzare i propri standard.
L’Europa, come detto prima, ha già dimostrato di saper usare questa leva, la domanda è se abbia la volontà politica di farlo anche per tutelare il benessere animale e colmare l’asimmetria tra produttori europei e quelli di altri mercati o se, invece, prevarranno altri interessi.
La revisione delle normative europee sul benessere animale è chiesta dall’80% dei cittadini europei. È il momento, per Bruxelles, di decidere se vuole davvero essere all’altezza del modello che ha costruito, o se le sue regole continueranno a fermarsi alla frontiera.
