La conferenza Towards Global Animal Law, tenuta da Anne Peters, evidenzia la necessità di un approccio giuridico globale alla protezione degli animali, a seguito di diverse problematiche, tra cui le malattie zoonotiche, il degrado ambientale e la globalizzazione della produzione animale, che nel corso del tempo hanno assunto una dimensione internazionale.
Peters ha affrontato il tema della pandemia di COVID-19, sostenendo che i visoni abbiano avuto un ruolo determinante nella circolazione del virus. In più di 30 allevamenti di visoni nei Paesi Bassi e in Danimarca si è verificata una trasmissione del COVID-19 dai visoni agli esseri umani. In entrambi i Paesi sono stati abbattuti complessivamente più di 23 milioni di animali. Un altro esempio è rappresentato dalla recente influenza aviaria che si è diffusa negli Stati Uniti e ha infettato dei bovini di allevamento, provocando anche una morte umana. Anche l’Hantavirus rappresenta un esempio di zoonosi. Questi eventi dimostrano che la vulnerabilità umana alle malattie zoonotiche costituisce un problema a livello globale e tra le diverse specie.
Secondo Peters, un approccio basato esclusivamente sul diritto nazionale degli animali non è sufficiente: è necessario un approccio di diritto internazionale. Questo approccio deve comprendere il diritto internazionale, ma anche gli standard elaborati dalle imprese, la soft law e l’interazione tra diritto internazionale e diritto interno.
La dimensione dell’utilizzo degli animali
Per sviluppare un approccio giuridico globale, è fondamentale comprendere quanto sia cambiata nel tempo la dimensione dell’utilizzo degli animali, in particolare nella produzione alimentare e nella ricerca.
Circa 12.000 anni fa, gli esseri umani rappresentavano una componente estremamente ridotta della biomassa rispetto agli animali selvatici. Oggi la situazione è completamente diversa: il peso complessivo degli animali allevati per la produzione alimentare è enormemente superiore a quello di tutti i mammiferi e gli uccelli selvatici insieme. Questo rappresenta una delle principali dimostrazioni del fatto che la maggior parte degli animali, a oggi, è destinata alla produzione alimentare. Si stima che ogni anno circa 450 miliardi di animali terrestri vengano allevati per la produzione alimentare e circa 58 miliardi vengono macellati. A questi si aggiunge un numero analogo di animali utilizzati come riproduttori. Un altro importante ambito riguarda gli animali utilizzati per la ricerca: ogni anno vengono globalmente utilizzati dai 126 ai 150 milioni di animali, di cui l’80% sono roditori.
I tre livelli della tutela giuridica degli animali
Peters ha illustrato tre livelli fondamentali della tutela giuridica degli animali:
- Conservazione delle specie – Trattati internazionali: i trattati internazionali sulla conservazione delle specie proteggono solo una piccola parte degli animali selvatici. La maggior parte degli animali selvatici, infatti, continua a essere considerata come una risorsa naturale che può essere sfruttata e utilizzata dagli esseri umani. Di conseguenza, la tutela prevista dal diritto internazionale riguarda ancora un numero molto limitato di specie.
- Benessere degli animali – Diritto nazionale + diritto dell’UE + soft law internazionale: il benessere degli animali è principalmente disciplinato a livello nazionale dagli Stati, in parte anche dal diritto dell’Unione Europea e, in alcuni casi, attraverso standard internazionali di soft law. A livello internazionale, però, non esistono ancora norme vincolanti che impongano agli Stati specifici obblighi in materia di benessere animale.
- Diritti degli animali – Decisioni giudiziarie nazionali: i diritti degli animali sono stati finora riconosciuti solo in alcuni Stati, soprattutto attraverso le decisioni dei loro tribunali, in particolare in America Latina, India e Pakistan. A livello internazionale, invece, gli animali non sono ancora riconosciuti come titolari di veri e propri diritti.
La protezione degli animali e l’approccio antropocentrico
Peters ha successivamente trattato il tema della giustificazione antropocentrica riguardo alle norme di protezione degli animali, ponendosi delle domande di partenza: che cosa proteggono realmente queste norme? Qual è stata tradizionalmente la ragione alla base della protezione degli animali?
Secondo Peters, storicamente, la protezione degli animali è stata finalizzata soprattutto alla protezione degli esseri umani stessi e della loro salute. Questo concetto è ben rappresentato nell’opera The Four Stages of Cruelty (1751) di William Hogarth, il cui messaggio alla base è chiaro: la violenza contro gli animali conduce alla violenza contro gli esseri umani. Anche adottando una prospettiva antropocentrica, quindi, è necessario un approccio globale al diritto degli animali. In un mondo globalizzato, infatti, le relazioni tra esseri umani e animali producono spesso effetti transfrontalieri che coinvolgono più Stati. Questioni come il commercio di animali, i danni ambientali e la trasmissione delle malattie non possono essere affrontate efficacemente dai singoli Stati in modo isolato, ma richiedono cooperazione internazionale e una regolamentazione globale.
Catene globali di approvvigionamento e utilizzo delle risorse
Un altro tema fondamentale affrontato riguarda le catene globali di approvvigionamento e le conseguenze dell’utilizzo delle risorse. Prodotti di origine animale come carne, latticini e pelle vengono prodotti attraverso catene di approvvigionamento globali che coinvolgono numerosi Paesi. Il consumo mondiale di prodotti di origine animale è in aumento e la loro produzione richiede enormi quantità di risorse naturali, tra cui terra, acqua ed energia. La produzione animale ha quindi importanti conseguenze ambientali ed economiche a livello globale. Alcuni dati dimostrano l’entità del fenomeno: il 71% della superficie terrestre è abitabile, di questa superficie abitabile il 50% viene utilizzato per l’agricoltura. Del territorio destinato all’agricoltura, il 77% è utilizzato per l’allevamento. Inoltre, l’80% della soia acquistata nel mondo viene destinata all’alimentazione degli animali, anziché direttamente all’alimentazione umana. La produzione animale utilizza quindi una quantità enorme di terra e acqua ed è estremamente intensiva dal punto di vista delle risorse.
Queste evidenze dimostrano come i problemi contemporanei legati agli animali abbiano una natura globale e transnazionale. Proprio per tali ragioni, Peters sostiene che sia necessario un approccio globale al diritto degli animali, anche perché la globalizzazione economica crea una forte concorrenza tra Stati e imprese. Le aziende possono infatti spostare la produzione verso Paesi caratterizzati da standard meno rigorosi in materia di benessere animale, rendendo più difficile per i singoli Stati adottare norme di protezione più severe.
Tale situazione può generare una race to the bottom, ossia una «corsa verso il basso», nella quale gli Stati evitano di rafforzare la tutela del benessere animale per rimanere economicamente competitivi. Un esempio è quello della Germania, che, dopo aver introdotto norme più severe in materia di benessere animale, ha visto alcune parti del settore agricolo minacciare il trasferimento della produzione in Paesi come la Polonia o l’Ucraina, dove gli standard sono meno rigorosi. Alcune aziende hanno inoltre cercato di evitare le nuove norme trasferendo gli animali all’estero per sottoporli a determinate procedure. La globalizzazione economica limita quindi l’efficacia delle normative nazionali in materia di benessere animale. Per questo motivo, la tutela del benessere degli animali deve essere affrontata attraverso la cooperazione internazionale e l’introduzione di standard giuridici globali.
World Organisation for Animal Health
La World Organisation for Animal Health (WOAH, fino al 2022 nota con la sigla storica OIE) è stata fondata nel 1924 a Parigi, in seguito alla diffusione della peste bovina. La malattia si è diffusa a livello internazionale attraverso il trasporto di bovini infetti dall’India al Brasile, dimostrando i rischi connessi al commercio transfrontaliero di animali e al trasporto del bestiame. Lo scopo originario dell’organizzazione era prevenire la diffusione internazionale delle malattie animali e coordinare la cooperazione tra gli Stati in materia di salute animale. Dal 2002, l’organizzazione ha incluso formalmente anche il benessere degli animali tra le proprie competenze.
Attualmente WOAH sviluppa standard internazionali riguardanti la salute e il benessere degli animali. Tuttavia, tali standard sono spesso vaghi e poco incisivi. Una delle ragioni è che l’organizzazione presenta una partecipazione quasi universale, comprendendo attualmente più di 180 Stati, caratterizzati da sistemi di produzione animale, interessi economici, atteggiamenti culturali nei confronti degli animali e livelli di protezione del loro benessere molto diversi tra loro. Poiché è necessario raggiungere un consenso tra membri così diversi, gli standard adottati tendono a riflettere standard minimi comuni. L’organizzazione è inoltre, in parte, influenzata dalle industrie agricole e farmaceutiche.
Nonostante questi limiti, WOAH rimane un’organizzazione di grande importanza grazie alla sua partecipazione a livello mondiale e potrebbe diventare un’istituzione centrale per lo sviluppo futuro del diritto internazionale o addirittura globale degli animali. In merito a ciò, è importante distinguere il diritto internazionale degli animali, ossia l’insieme delle norme create tra gli Stati a livello internazionale, dal diritto globale degli animali, che costituisce l’interazione tra il diritto internazionale e i sistemi giuridici nazionali.
A livello nazionale, alcuni Stati hanno introdotto forme di protezione costituzionale degli animali. Attualmente, circa dieci Stati includono nelle proprie Costituzioni disposizioni relative alla protezione o al benessere degli animali. Un esempio importante è rappresentato dalla Costituzione Federale Svizzera del 1999, che fa riferimento alla «dignità degli esseri viventi», considerata una delle formulazioni costituzionali più forti in materia di protezione degli animali. Anche l’Italia ha recentemente introdotto disposizioni costituzionali riguardanti la tutela dell’ambiente e degli animali. L’inserimento del benessere degli animali nelle costituzioni è significativo perché le norme costituzionali garantiscono generalmente una protezione giuridica più forte. Il benessere degli animali può quindi essere bilanciato con altri diritti e interessi di rango costituzionale.
Lo status giuridico degli animali
Peters ha fatto riferimento al filosofo Jeremy Bentham e a una citazione contenuta nella sua opera An Introduction to the Principles of Morals and Legislation, secondo cui il punto fondamentale non è chiedersi se gli animali siano in grado di ragionare o di parlare, ma piuttosto: «possono soffrire?».
Nella maggior parte degli ordinamenti giuridici, gli animali sono ancora classificati giuridicamente come "cose" o beni di proprietà. Questa distinzione deriva dal diritto romano, che separa le persone, cioè i soggetti che possono essere titolari di diritti, dalle cose, ovvero entità che non possono essere titolari di diritti e possono essere oggetto di proprietà. Di conseguenza, le norme sulla protezione degli animali impongono generalmente obblighi agli esseri umani, ma non attribuiscono direttamente diritti agli animali. Negli ultimi decenni, alcuni Stati hanno cercato di modificare lo status giuridico degli animali. Alcune legislazioni stabiliscono che gli animali sono "non cose", mentre altre li definiscono "esseri senzienti". Secondo Peters, il concetto di esseri senzienti è più progressista perché riconosce che gli animali sono in grado di provare dolore ed emozioni e ciò potrebbe contribuire alla creazione di una nuova categoria giuridica intermedia tra persone e cose.
I diritti degli animali
I diritti degli animali si distinguono dalle normali norme sul benessere animale perché i diritti riconoscono gli animali come soggetti giuridici, anziché considerarli semplicemente come oggetti di protezione. Le norme sul benessere animale impongono normalmente obblighi agli esseri umani, mentre i diritti creano vere e proprie posizioni giuridiche direttamente attribuite agli animali. I diritti degli animali svolgono diverse funzioni:
- Inversione dell’onere della giustificazione: se gli animali possiedono dei diritti, qualsiasi interferenza con tali diritti deve essere giustificata attraverso argomentazioni giuridiche serie. Ad esempio, se agli animali fossero riconosciuti il diritto alla vita familiare, all’integrità mentale o al benessere fisico e psicologico, la separazione di una madre dal proprio cucciolo costituirebbe un’interferenza con tali diritti. Questo non significherebbe necessariamente vietare ogni forma di sperimentazione animale: i diritti, infatti, raramente sono assoluti e possono essere limitati quando entrano in conflitto con altri interessi, come la ricerca scientifica o la salute pubblica. Tuttavia, l’esistenza di diritti richiederebbe giustificazioni più forti e convincenti. Le autorità e i ricercatori dovrebbero dimostrare che l’interferenza è necessaria e proporzionata, anziché semplicemente conveniente dal punto di vista economico. Non tutti i diritti si applicherebbero allo stesso modo a tutti gli animali: un diritto alla libertà religiosa sarebbe privo di significato per gli animali, mentre sarebbero maggiormente rilevanti forme di protezione contro la sofferenza o la detenzione arbitraria.
- Attribuzione di diritti ai non umani: i diritti hanno anche un’importante funzione procedurale, perché creano maggiore uguaglianza nei procedimenti giudiziari. Nei sistemi attuali, ricercatori e imprese possono contestare davanti ai tribunali le decisioni amministrative quando i loro interessi sono coinvolti. Gli animali, invece, non possono contestare le decisioni che autorizzano esperimenti potenzialmente dannosi, anche quando tali esperimenti potrebbero essere inutili o già essere stati effettuati in precedenza. Si crea così una disuguaglianza strutturale: gli interessi economici e scientifici degli esseri umani sono rappresentati giuridicamente, mentre gli interessi degli animali non lo sono direttamente. Se agli animali fossero riconosciuti diritti giuridici, questi potrebbero essere rappresentati in tribunale attraverso tutori, associazioni o ONG che agissero per loro conto. Ciò determinerebbe una maggiore uguaglianza procedurale, spesso descritta come «equality of arms», cioè parità delle armi, poiché entrambe le parti della controversia avrebbero legittimazione ad agire all’interno del procedimento giudiziario.
- I diritti come protezione dall’esclusione democratica: i diritti svolgono anche una funzione di correzione dei sistemi democratici. I diritti fondamentali esistono in parte per proteggere interessi che sono strutturalmente sottorappresentati nei processi politici maggioritari. I moderni sistemi costituzionali riconoscono che la democrazia, da sola, può non essere sufficiente a proteggere gruppi vulnerabili o privi di voce. Senza una tutela dei diritti, i sistemi democratici rischiano di trasformarsi in una «tirannia della maggioranza», nella quale gli interessi dei gruppi più deboli vengono ignorati. Gli animali si trovano quindi in una posizione di esclusione perché sono completamente assenti dalla partecipazione politica.
- Funzione simbolica dei diritti: i diritti hanno anche un’importante dimensione simbolica e filosofica. Riconoscere dei diritti significa affermare che il titolare possiede un valore intrinseco, ossia un valore che esiste indipendentemente dalla sua utilità per altri soggetti. Il riconoscimento dei diritti dimostra quindi che gli animali hanno valore in quanto esseri dotati di valore proprio, e non semplicemente in quanto oggetti o risorse.
Diritti degli animali e imperialismo culturale
Peters ha successivamente spiegato che l’espansione degli standard internazionali in materia di benessere e diritti degli animali viene spesso criticata come una forma di imperialismo giuridico e culturale occidentale. Secondo questa critica, norme molto rigorose sulla protezione degli animali potrebbero imporre valori morali occidentali a società caratterizzate da tradizioni culturali, religiose e sociali differenti. Nel 2024, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha confermato la legislazione belga che vieta la macellazione senza previo stordimento. Il divieto ha creato un conflitto tra la protezione del benessere degli animali e la libertà religiosa e i diritti delle minoranze culturali. L’equilibrio tra il legittimo rispetto per la diversità culturale e l’uso strumentale della cultura per giustificare forme non necessarie di sofferenza animale risulta essere estremamente delicato. La distinzione è complessa perché le pratiche culturali sono profondamente legate all’identità, alla religione e alla storia. Tuttavia, le tradizioni culturali non possono automaticamente giustificare ogni forma di sfruttamento degli animali.
Da un lato lo sfruttamento degli animali non è limitato a poche culture specifiche: storicamente, la maggior parte delle culture ha accettato l’utilizzo degli animali per l’alimentazione, il lavoro, l’intrattenimento, l’abbigliamento o la ricerca, senza richiedere necessariamente una giustificazione etica. Lo sfruttamento degli animali rappresenta quindi una forma di «universalità negativa». Dall’altro lato le tradizioni culturali non sono immutabili: le tradizioni sono costruzioni umane e possono evolversi nel tempo. Pratiche che un tempo erano considerate socialmente accettabili possono successivamente essere oggetto di critiche morali o essere vietate dalla legge. Un esempio dell’evoluzione dell’atteggiamento giuridico nei confronti della protezione degli animali riguarda alcune tradizionali pratiche di caccia agli uccelli in Francia. La Corte di giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che la sola tradizione culturale non è sufficiente a giustificare tale pratica.
Il paradigma «One Health»
Infine, Peters ha concluso la conferenza menzionando il paradigma «One Health», ovvero un approccio al Global Animal Law basato sull’idea che la salute umana, la salute animale e la salute del pianeta e dell’ambiente siano profondamente interconnesse e interdipendenti. Nessuna di queste dimensioni dovrebbe essere considerata subordinata alle altre.
Adottare una prospettiva One Health richiede quindi l’abbandono di approcci puramente antropocentrici, che proteggono la salute degli animali e dell’ambiente solamente nella misura in cui ciò risponde agli interessi umani. La salute umana non può essere perseguita a completo discapito della vita animale e del benessere degli ecosistemi. L’esempio dell’abbattimento di massa di milioni di visoni durante la pandemia di COVID-19 dimostra questo problema. Gli animali sono stati uccisi principalmente per eliminare potenziali rischi per la salute umana, con una considerazione quasi nulla del valore della vita animale in sé, della sofferenza degli animali o delle condizioni strutturali create dall’allevamento intensivo.
L’allevamento industriale degli animali è legalmente consentito e tutelato in larga misura a causa della sua redditività economica. Di conseguenza, i sistemi giuridici finiscono spesso per rafforzare forme di violenza strutturale nei confronti degli animali, trattandoli principalmente come risorse economiche anziché come esseri dotati di valore intrinseco.
