Un documento atteso cinque anni
Il 7 luglio 2026 la Commissione europea ha presentato la Livestock Strategy, la prima strategia organica dedicata al settore zootecnico europeo, insieme al Protein Action Plan per l’autosufficienza proteica dell’Unione. Il pacchetto arriva in un momento di forte pressione sul comparto — che secondo i dati della Commissione impiega circa sette milioni di persone e genera 400 miliardi di euro di fatturato annuo — tra crisi di redditività, epidemie animali e concorrenza internazionale.
Occorre dirlo subito, per leggere il documento con le lenti giuste: la Strategia è anzitutto un atto di politica economica e agricola, costruito attorno a competitività, resilienza e sicurezza alimentare. Il benessere animale non ne è l’obiettivo principale. Eppure il testo contiene una serie di impegni rilevanti — in alcuni passaggi persino più favorevoli agli animali rispetto alle bozze circolate nelle settimane precedenti — che aprono spazi concreti per l’azione delle organizzazioni della società civile.
Per chi si occupa di diritto animale, però, la data che conta è un’altra: il 30 giugno 2021, giorno in cui la Commissione rispose formalmente all’Iniziativa dei cittadini europei End the Cage Age — 1,4 milioni di firme certificate, raccolte da una coalizione di 170 organizzazioni coordinata da Compassion in World Farming — impegnandosi a presentare proposte legislative per il superamento delle gabbie negli allevamenti. Quell’impegno è rimasto lettera morta: la proposta annunciata per fine 2023 non è mai stata presentata, e la revisione complessiva della normativa sul benessere animale si è ridotta al solo regolamento sui trasporti, tuttora in discussione. La Livestock Strategy è dunque, prima di tutto, il documento con cui la Commissione prova a ricucire lo strappo con oltre un milione di cittadini europei rimasti inascoltati.
Cosa prevede la Strategia: cinque priorità
La Strategia si articola in cinque assi di intervento.
Preparazione alle crisi. Nuovi strumenti di gestione del rischio per ridurre l’esposizione degli allevatori e accelerare la ripresa dopo eventi avversi, con un rafforzamento di prevenzione, individuazione precoce e risposta rapida alle malattie animali — con un’apertura significativa alla vaccinazione come alternativa agli abbattimenti di massa nel controllo delle epidemie.
Competitività nell’UE e nel mondo. Sostegno alla redditività e all’innovazione, accesso al credito e — significativamente — l’impegno a esplorare come la finanza possa facilitare la transizione verso sistemi senza gabbie. Compare inoltre il principio di reciprocità negli scambi commerciali: i prodotti importati dovranno rispettare requisiti equivalenti a quelli imposti ai produttori europei.
Sostenibilità. È il capitolo che contiene le misure sul benessere animale: revisioni mirate della normativa per galline ovaiole, polli da carne e suini, «basate su dati concreti e accompagnate da adeguati periodi di transizione e sostegno finanziario». Sul fronte climatico, la Strategia promette metodi armonizzati di calcolo delle emissioni a livello di azienda agricola e pratiche di mitigazione — ma, come vedremo, nessun obiettivo vincolante di riduzione.
Adattabilità a tutte le aziende e regioni. Un piano con gli Stati membri per riportare la produzione zootecnica sostenibile nelle aree vulnerabili e una roadmap per macelli a bassa capacità e mobili, misura che, se attuata, ridurrebbe i tempi di trasporto degli animali vivi verso il macello.
Eccellenza. Rafforzamento dell’etichettatura di origine e dei regimi di qualità, con un sistema di riconoscimento dell’«eccellenza europea» nella produzione, in cui l’elevato benessere animale è esplicitamente indicato tra le caratteristiche qualificanti.
A fianco della Strategia, il Protein Action Plan punta a portare dal 25% (dato 2025) al 35% entro il 2035 la quota di semi oleosi e colture proteiche per mangimi prodotta all’interno dell’Unione, riconoscendo al contempo l’importanza delle diete ricche di proteine vegetali.
Il capitolo benessere animale: date, finalmente — ma con un perimetro preciso
La novità più rilevante per la protezione degli animali sta nelle tempistiche, che per la prima volta vengono messe nero su bianco in un documento ufficiale. Il calendario è questo: entro la fine del 2026 una proposta di revisione delle norme sul benessere di galline ovaiole e polli da carne; entro il secondo trimestre del 2027 una proposta sul benessere dei suini, che include la transizione oltre le gabbie di gestazione e parto.
Dentro queste revisioni troveranno posto anche le misure per porre fine all’uccisione sistematica dei pulcini maschi nella filiera delle uova — pratica che riguarda centinaia di milioni di animali l’anno in Europa, già vietata in Germania e Francia e vietata anche in Italia a partire dalla fine del 2026 — che la Commissione intende affrontare nella revisione delle norme sulle ovaiole, valutando in parallelo un intervento anche sul fronte dell’etichettatura. Completa il quadro l’introduzione di requisiti di benessere equivalenti per i prodotti importati, a tutela sia delle «aspettative etiche dei cittadini dell’Unione» sia della parità di condizioni per i produttori europei. Merita nota, infine, il richiamo della Strategia all’applicazione effettiva delle norme esistenti come risposta alle preoccupazioni dei cittadini: un riconoscimento importante, perché l’enforcement — come ALI documenta da anni anche sul piano nazionale — è l’anello debole di tutta la normativa di protezione animale.
Il commissario per la Salute e il benessere animale Olivér Várhelyi ha rivendicato la scelta: «Oggi rafforziamo la capacità dell’Europa di prevenire e rispondere alle malattie animali, sostenendo nel contempo norme più rigorose in materia di benessere degli animali e rafforzando la resilienza del settore zootecnico».
Ma è essenziale leggere il perimetro esatto di questi impegni. La revisione annunciata per ovaiole e polli da carne è circoscritta a tre aspetti: gabbie, indicatori di benessere e requisiti sulle importazioni. Non è la modernizzazione complessiva della normativa promessa nel 2021, e lascia fuori questioni che la scienza indica da tempo come centrali per i polli da carne: le razze a rapido accrescimento, selezionate fino al collasso fisiologico degli animali, le densità di allevamento, gli arricchimenti ambientali, la zoppia, la pratica del thinning (lo sfoltimento progressivo dei capannoni), le mutilazioni. Sul seguito da dare all’ICE End the Cage Age, poi, la Strategia usa una formula che va segnalata: il superamento delle gabbie procederà nei settori in cui la transizione è considerata «fattibile» e «basata sull’evidenza». È una clausola di riserva che potrebbe essere invocata, domani, per lasciare fuori alcune delle specie contemplate dall’iniziativa. E dopo la proposta sui suini del 2027, il calendario si interrompe: nessun impegno oltre quella data.
La coalizione End the Cage Age — che il 7 luglio ha manifestato a Roma, in piazza Santi Apostoli, con una delegazione di cui faceva parte anche Animal Law Italia insieme a CIWF Italia, ENPA, Essere Animali, Humane World for Animals Italia, LAV, Legambiente e LNDC Animal Protection — ha riconosciuto il valore del passo avanti: se le proposte saranno davvero presentate, riguarderanno oltre 160 milioni di animali ogni anno. Ma ha anche ricordato che l’impegno assunto nel 2021 copre tutte le specie allevate in gabbia: conigli, quaglie, anatre, oche, vitelli. Per queste, la Strategia non indica alcuna scadenza.
La lettura giuridica: cosa vale, davvero, una strategia
La distanza tra annuncio politico e obbligo giuridico è il terreno su cui la vicenda End the Cage Age si è già arenata una volta.
La Livestock Strategy è una comunicazione della Commissione: un atto atipico, non vincolante, che esprime un indirizzo politico ma non crea diritti né obblighi. Le date indicate — fine 2026 per galline e polli, secondo trimestre 2027 per i suini — non sono termini giuridici, ma impegni programmatici. Nulla, sul piano formale, impedirebbe alla Commissione di rinviarle ancora, come è già accaduto con l’impegno del 2021, la cui scadenza (proposte entro il 2023, uscita dalle gabbie dal 2027) è trascorsa senza conseguenze istituzionali. La differenza, questa volta, è che gli impegni hanno una visibilità politica che non avevano mai avuto: sono scritti in una strategia adottata dal Collegio, con date verificabili, e possono essere trattati come deliverables rispetto ai quali chiedere conto alla Commissione, davanti al Parlamento europeo e all’opinione pubblica.
C’è poi una questione tecnica tutt’altro che secondaria: con quale strumento la Commissione intenda intervenire. Per i polli da carne esiste una direttiva dedicata (2007/43/CE), per le ovaiole la direttiva 1999/74/CE, per i suini la direttiva 2008/120/CE: resta da capire se la Commissione riaprirà i singoli atti, li accorperà in un regolamento unico o sceglierà un’altra via. Non è un dettaglio da giuristi: dallo strumento dipendono i margini di manovra del negoziato, i tempi di recepimento e l’uniformità di applicazione negli Stati membri.
In secondo luogo, anche una volta presentate, le proposte dovranno attraversare la procedura legislativa ordinaria: Parlamento europeo e Consiglio potranno emendarle, diluirle, allungarne i periodi transitori. L’esperienza del regolamento sui trasporti di animali vivi, proposto a dicembre 2023 e ancora in negoziato, suggerisce prudenza sulle tempistiche reali di entrata in vigore.
Terzo punto, di segno opposto: la scelta di ancorare le revisioni all’evidence base scientifica non è un dettaglio. I pareri dell’EFSA sul benessere di galline ovaiole, polli da carne e suini, pubblicati tra il 2022 e il 2023 su mandato della Commissione, raccomandano già l’abbandono delle gabbie e la riduzione delle densità di allevamento. Su questo piano, la base tecnico-scientifica per proposte ambiziose esiste ed è solida: eventuali arretramenti — inclusa un’interpretazione restrittiva della clausola di «fattibilità» — saranno una scelta politica, non una necessità istruttoria.
Infine, il principio di reciprocità sulle importazioni merita attenzione. Quello contenuto nella Strategia è probabilmente l’impegno politico più forte mai assunto dall’UE sull’applicazione di requisiti di benessere equivalenti ai prodotti importati, esplicitamente collegato alla futura legislazione, alle aspettative dei cittadini e alla concorrenza leale. Estendere i requisiti di benessere ai prodotti importati solleva questioni di compatibilità con il diritto OMC, ma la giurisprudenza e la prassi recenti — dalle misure c.d. mirror clauses ai divieti nazionali su prodotti da animali in gabbia — mostrano che misure fondate su preoccupazioni etiche dei consumatori possono essere difese, se ben costruite. Il punto critico sarà la definizione concreta dell’ambito di applicazione: quali prodotti, quali requisiti, come verificare l’equivalenza — soprattutto per gli indicatori di benessere, la cui misurazione fuori dall’UE presenta evidenti difficoltà pratiche. Sarà un banco di prova importante, anche per evitare che il benessere animale resti un costo competitivo scaricato sui soli produttori europei.
Chi paga la transizione
Un merito che va riconosciuto alla Strategia è l’ammissione, senza giri di parole, che migliorare il benessere animale richiede investimenti ingenti. Il documento impegna la Commissione a esplorare una gamma di strumenti: prestiti agevolati della Banca europea per gli investimenti dedicati alla transizione verso sistemi senza gabbie, possibili strumenti finanziari specifici per la zootecnia, fondi di ricerca di Horizon Europe per l’innovazione nel benessere animale, risorse della PAC, accordi di filiera che remunerino gli standard più elevati e meccanismi di finanza privata.
È una base seria su cui lavorare, ma i criteri di accesso ai fondi non sono definiti, e qui si gioca una partita decisiva. L’esperienza insegna che i finanziamenti alla “modernizzazione” degli allevamenti possono produrre due esiti opposti: accompagnare una vera riconversione, o consolidare per altri decenni i sistemi intensivi che si dichiara di voler superare. Perché ciò non accada, i finanziamenti pubblici dovranno essere condizionati a risultati di benessere misurabili, verificati su indicatori a livello di animale, e la PAC dovrà premiare la transizione verso sistemi ad alto benessere, non la semplice sostituzione di una gabbia con un capannone intensivo a terra.
Il benessere come argomento di mercato: opportunità e trappola
C’è un cambio di paradigma che attraversa tutto il documento e che merita una riflessione: il benessere animale non è più presentato come un vincolo, ma come una componente della competitività europea — fattore di fiducia dei consumatori, di qualità del prodotto, di “eccellenza”. In quest’ottica la Strategia propone di sviluppare, sulla base del regolamento OCM, termini riservati facoltativi, regimi di qualità e misure di promozione che riconoscano sul mercato le produzioni ad alto benessere, inclusi i sistemi senza gabbie.
È uno spostamento politicamente prezioso, perché integra il benessere animale nel cuore della politica agricola anziché confinarlo in un capitolo etico separato. Ma contiene una doppia insidia. La prima: se la giustificazione delle misure di benessere diventa principalmente economica, le tutele che non producono benefici di mercato immediati — e sono molte — diventano più difficili da difendere. La seconda: regimi di qualità con criteri volontari e non definiti aprono la porta al welfare washing, l’uso di etichette rassicuranti a copertura di standard sostanzialmente invariati. Su questo il diritto dei consumatori offre strumenti — dalla disciplina delle pratiche commerciali sleali ai requisiti di veridicità delle indicazioni volontarie — che dovranno essere presidiati con attenzione. Colpisce, in negativo, che la Strategia non contenga alcuna proposta di etichettatura obbligatoria sul metodo di allevamento, né un uso serio degli appalti pubblici come leva per orientare la domanda verso produzioni ad alto benessere: due strumenti che avrebbero dato sostanza alla retorica dell’eccellenza.
Esportazioni di animali vivi: una prima ammissione
Un passaggio della Strategia è destinato a pesare nei prossimi anni più di quanto la sua formulazione prudente lasci intendere: per la prima volta in un documento ufficiale, la Commissione riconosce che l’esportazione di animali vivi verso Paesi terzi a fini di macellazione solleva problemi di benessere animale, e si impegna a esplorare possibili alternative. In conferenza stampa il commissario Várhelyi si è spinto oltre, osservando che la Commissione non dovrebbe attendere la conclusione del negoziato sul regolamento trasporti per iniziare a valutare soluzioni in cui esportare carne risulti più conveniente che esportare animali.
Il valore di questa ammissione è anzitutto argomentativo: una volta riconosciuto ufficialmente il problema, diventa più difficile giustificare l’inazione. I limiti, però, sono evidenti: l’impegno è condizionato al confronto con gli stakeholder e alla salvaguardia della posizione di mercato dei produttori europei, non contempla un divieto delle esportazioni per macellazione né estende la riflessione agli animali esportati per allevamento o ingrasso, il cui trasporto solleva problemi identici. È un varco che sta alla società civile allargare e trasformare in una vera svolta.
Macelli mobili e di prossimità: bene la roadmap, attenzione alle soglie
La roadmap per i macelli a bassa capacità e mobili è tra le misure più concrete del documento: avvicinare la macellazione ai luoghi di allevamento significa ridurre i tempi di trasporto — una delle principali fonti di sofferenza — e migliorare le condizioni al momento dell’abbattimento, con un accento positivo sulla tracciabilità digitale. Va anche registrato che il testo richiama espressamente il mantenimento degli standard di salute animale e sicurezza alimentare.
Due profili richiedono però vigilanza. Il primo: i dettagli attuativi — finanziamenti e semplificazioni normative — non sono definiti, e ogni «semplificazione» dei controlli in fase di macellazione va scrutinata con rigore, perché è lì che le garanzie di protezione degli animali si giocano in concreto. Il secondo: la Commissione sta valutando di innalzare la soglia di produzione che definisce i macelli «a bassa capacità», con due consultazioni pubbliche già aperte sulle modalità di ispezione ante e post mortem in questi stabilimenti. Allargare la categoria significa estendere regimi di controllo alleggeriti a stabilimenti più grandi: un punto tecnico dalle conseguenze potenzialmente serie, che ALI seguirà nelle sedi di consultazione.
Cosa manca
Il giudizio complessivo non può fermarsi al capitolo gabbie. La Strategia è reticente o silente su punti che la società civile considera qualificanti.
Le altre specie e il resto della riforma. Nessuna tempistica per conigli, quaglie, anatre, oche e vitelli, né per la modernizzazione complessiva della normativa sul benessere animale, ferma nella sua impalcatura alla direttiva 98/58/CE. Eurogroup for Animals, per voce della CEO Reineke Hameleers, ha chiesto «piani più concreti per gli altri esseri senzienti in attesa di maggiore protezione».
La domanda, oltre l’offerta. L’impianto della Strategia è interamente orientato alla produzione: non c’è alcuna riflessione sulla riduzione del consumo di prodotti di origine animale, nessuna promozione di diete sostenibili, nessun reale sostegno alla diversificazione proteica — e lo stesso Protein Action Plan, nonostante i richiami alle proteine vegetali, resta principalmente un piano per i mangimi.
Il clima. È il fronte su cui la Strategia raccoglie le critiche più dure. Lo European Environmental Bureau parla di un documento «fermo al passato», che «difende lo status quo» e recepisce la narrativa industriale sulle presunte caratteristiche speciali del metano «biogenico», senza fissare alcun obiettivo vincolante di riduzione delle emissioni del settore. La scommessa è tutta su monitoraggio e soluzioni tecnologiche — dalle metodologie di calcolo alle biotecnologie riproduttive, fino alla valorizzazione di sottoprodotti e deiezioni nella bioeconomia circolare — con un’enfasi costante sul mantenimento dei livelli produttivi. Tecnologie i cui benefici, peraltro, risultano in più casi sovrastimati rispetto alle prestazioni reali.
Il modello di fondo. La Strategia non affronta la concentrazione industriale del settore né la questione — centrale per ogni transizione credibile — della riduzione del numero di animali allevati. Persino il condivisibile riconoscimento del valore dei sistemi estensivi per biodiversità, comunità rurali e presidio del territorio convive con l’obiettivo di stimolare la produzione zootecnica nelle regioni marginali: senza criteri chiari, il risultato rischia di essere un aumento del numero di animali allevati, anziché la priorità ai sistemi estensivi e genuinamente sostenibili.
Conclusioni: un’occasione da presidiare, non un punto d’arrivo
La Livestock Strategy segna un cambio di tono innegabile: dopo anni di silenzi e rinvii, la Commissione rimette nero su bianco l’impegno sulle gabbie e, per la prima volta, lo accompagna con date — in un clima politico che, va detto, non rendeva scontato nemmeno questo. Per oltre 160 milioni di galline e scrofe, la differenza tra questo documento e la sua attuazione è la differenza tra una vita in gabbia e una vita fuori.
Ma proprio la storia di End the Cage Age insegna che gli annunci non bastano. La Strategia non è legge, le sue date non sono termini, il perimetro delle revisioni è già stato circoscritto e la clausola della «fattibilità» offre una via d’uscita a portata di mano. Il compito della società civile — e delle organizzazioni che, come Animal Law Italia, presidiano il terreno giuridico — è trattare questi impegni per ciò che sono diventati: obiettivi verificabili, con date e contenuti, rispetto ai quali chiedere conto alla Commissione. Concretamente: vigilare perché la proposta su galline ovaiole e polli da carne arrivi davvero entro la fine del 2026 e quella sui suini entro la metà del 2027, con contenuti all’altezza dei pareri EFSA; battersi perché i requisiti sulle importazioni e i criteri di finanziamento della transizione siano definiti in modo rigoroso; e tenere aperta la questione di tutte le specie dimenticate, perché l’impegno del 2021 riguardava ogni animale in gabbia, nessuno escluso.
