In questo momento storico l’Unione Europea sembra essere in procinto di rivedere le obsolete normative sul benessere animale ma, nello stesso tempo, l’entrata in vigore, provvisoria, dal 1 maggio, dell’accordo commerciale con il Mercosur sta consentendo l’ingresso sul mercato comunitario di prodotti ottenuti nei paesi di quell’area senza regole equivalenti, delocalizzando, di fatto, la sofferenza animale oltre confine.
Questo meccanismo crea un corto circuito etico ed economico che scarica l’impatto dei maltrattamenti e della devastazione ambientale sui Paesi terzi, ingannando i consumatori ed esponendo la stessa industria alimentare europea a gravi fragilità.
L’ipocrisia normativa: trasferire la sofferenza invece di eliminarla
Il recente policy brief di Eurogroup for Animals mette in luce come l’assenza di requisiti di importazione equivalenti ai criteri imposti dalla legislazione dell’UE generi il concreto rischio di trasferire la responsabilità del benessere animale verso Paesi non comunitari caratterizzati da tutele inferiori se non addirittura assenti.
Invece di eliminare gradualmente le pratiche di allevamento più cruente all’interno del sistema alimentare europeo, la mancanza di clausole specchio favorisce la loro delocalizzazione fuori dai confini dell’Unione.
A fronte di questa spinta a delocalizzare la crudeltà, le importazioni europee di prodotti animali continuano ad aumentare in modo significativo:
- Le importazioni di uova e ovoprodotti sono cresciute del 253% negli ultimi anni.
- Le importazioni di carne bovina hanno registrato un incremento del 55%, guidato principalmente dagli arrivi dal Brasile.
- Circa il 25% del petto di pollo consumato nell’UE proviene ormai da Paesi terzi.
Senza condizioni d’importazione uniformi, i produttori esteri beneficiano di un ingiusto vantaggio competitivo sui costi, accelerando la delocalizzazione della produzione e compromettendo gli sforzi degli allevatori europei tenuti al rispetto di norme più severe.
Il maltrattamento esternalizzato nei feedlot sudamericani
Ciò che sulla carta appare come una semplice distorsione commerciale si traduce sul campo in sofferenze estreme per milioni di animali. Le indagini condotte da Animal Welfare Foundation (AWF) tra agosto 2025 e marzo 2026 in 21 allevamenti intensivi di Brasile, Argentina e Uruguay autorizzati a esportare verso l’UE mostrano la cruda realtà della carne importata:
- Bovini ammassati in feedlot all’aperto, privi di ombra adeguata e di acqua potabile pulita.
- Animali costretti nei mesi invernali a giacere nel fango tra escrementi accumulati e acqua contaminata.
- Capi gravemente denutriti, zoppi, feriti o malati lasciati nei recinti insieme a bovini già deceduti.
Nel solo 2024, l’UE ha importato circa 393.000 tonnellate di carne bovina (pari a circa 2,9 milioni di animali), metà delle quali provenienti proprio dai Paesi del Mercosur.
Questo sistema cristallizza una doppia morale strutturale: l’UE riconosce gli animali come esseri senzienti nell’Articolo 13 del TFUE e impone la Direttiva 98/58/CE sugli standard minimi interni, ma disapplica di fatto tali tutele nei trattati di libero scambio come l’accordo UE-Mercosur.
L’invisibilità al consumatore e l’impatto sul Made in Italy
La sofferenza delocalizzata penetra nella vita quotidiana dei cittadini comunitari in modo pressoché invisibile anche attraverso la ristorazione e l’industria della trasformazione alimentare, settori in cui l’etichettatura d’origine e del metodo di allevamento non è obbligatoria, così i consumatori finiscono per acquistare involontariamente cibi ottenuti con bassi standard etici.
Un caso emblematico di questa contraddizione riguarda la Bresaola della Valtellina IGP, un comparto che genera un valore al consumo di 502 milioni di euro. Nonostante sia un simbolo dell’eccellenza italiana, il Consorzio di tutela ha confermato che la bresaola è prodotta per l’82% con carne sudamericana, di cui il 60% proviene dal Brasile (utilizzando carne di zebù importata congelata).
Quando la Commissione UE ha sospeso dal 3 settembre le importazioni di carne dal Brasile per carenza di garanzie sui controlli di laboratorio legati all’uso di antibiotici e antimicrobici vietati nell’UE, la filiera italiana è entrata in crisi, perdendo nell’immediato il 25% della materia prima e subendo un rincaro dei prezzi del 15%. Questo blocco ha dimostrato come la dipendenza da filiere estere basate sulla delocalizzazione produttiva esponga l’industria italiana a gravi vulnerabilità sanitarie ed economiche, oltre a finanziare indirettamente la deforestazione amazzonica.
Misure specchio: porre fine ai doppi standard
Sarebbe, pertanto, indispensabile che le misure specchio vengano inserite nella revisione della legislazione europea sul benessere animale.
Questo meccanismo subordina l’accesso al mercato unico al rispetto di standard di benessere animale equivalenti a quelli comunitari, verificabili tramite indicatori oggettivi e misurabili.
Questa richiesta sono gli stessi cittadini europei a farla:
- Il 91% degli europei ritiene fondamentale proteggere il benessere degli animali da allevamento.
- L’84% afferma che i prodotti importati devono rispettare le norme UE sul benessere animale o recare etichette rigorose.
- L’88% dei cittadini nella consultazione Eurobarometro pretende che le importazioni agricole rispettino gli standard comunitari ambientali e di benessere animale per accedere al mercato.
Introdurre clausole d’importazione vincolanti è l’unico modo per evitare che le riforme europee si traducano in un mero trasferimento extra UE dei maltrattamenti, garantendo così la protezione reale degli animali e la trasparenza per i consumatori.
